Coraggio e gratitudine
Mi chiamo Evi Verri, sono dentista, ho studiato odontoiatria a Firenze e vengo dalla Grecia.
Ho due figli: Vasili e Mario.
Mario oggi ha 18 anni.
È nato con una malattia rara chiamata sindrome Alagille. Fin dalla nascita e per molti anni, ogni mese, ci recavamo in ospedale in Belgio, dove venne fatta la diagnosi e dove seguiva le cure. Tutto procedeva molto bene.
Poco prima dei suoi 17 anni, però, in Grecia venne deciso di somministrargli un farmaco specifico per la crescita .Da quel momento iniziarono gravi problemi al fegato.
Abbiamo vissuto un anno durissimo, in cui un errore seguiva l’altro, una negligenza medica dopo l’altra.
Fummo trasferiti in un altro ospedale ad Atene, lasciando quello pediatrico e per sei mesi la sua condizione continuò a peggiorare. Non venne mai inserito nella lista trapianti, né venne fatto qualcosa per migliorare la situazione. Al contrario, ogni volta veniva rimandato a casa, mentre stava sempre peggio.
Nel 27 ottobre 2025 Mario venne ricoverato in condizioni gravissime in ospedale ad Atene. Rimase lì circa una settimana, ma fu dimesso in uno stato estremamente critico: la sua vita era in pericolo in ogni momento.
Nei tre giorni successivi, a casa, la sua condizione peggiorò drasticamente. Disperata, una mattina lo presi e lo portai in un altro ospedale alla città di Patrasso. I medici lì fecero tutto il possibile per tenerlo in vita, ma la situazione precipitò: sviluppò una grave insufficienza multiorgano, venne intubato e iniziò a morire lentamente.
I momenti che abbiamo vissuto sono stati inermi e spaventosi.
Mi dissero di salutarlo, che non c’erano speranze perché avevano fatto due volte richiesta di trasferimento per un trapianto all’estero, ma entrambe le volte l’organismo greco per i trapianti aveva respinto la domanda. Non gli veniva data alcuna possibilità di vita.
E allora presi una decisione: avremmo combattuto. Perché una battaglia che non si combatte è già una battaglia persa.
Prima che venisse intubato Mario mi disse:
“Mamma, non avere paura. Andrà tutto bene. Io guarirò per non farti soffrire.”
Io gli risposi:
“No. Tu guarirai per vivere la tua vita.”
Così, mentre lui combatteva in terapia intensiva per restare in vita, io combattevo fuori per portarlo in quel viaggio verso l’Italia.
Una sera scrissi sui social, su Facebook. Pubblicai un video di mio figlio che cantava – perché ama il canto, canta da sempre – e spiegai che la sua richiesta di trasferimento per un trapianto era stata rifiutata. Chiesi alle persone di condividere.
Le condivisioni furono migliaia.
La Grecia si mobilitò. Il giorno dopo mi contattarono tutti i grandi canali televisivi e i giornalisti. A quel punto non potevano più ignorare la situazione e venne finalmente aperto un contatto con l’Italia.
Mario venne accettato a Torino, all’ospedale Molinette, dall’équipe del professor Romagnoli.
Partimmo in condizioni critiche estreme: prima con un aereo militare fino a Pisa, poi con un’ambulanza per un lunghissimo viaggio, intubato, sanguinante, tra la vita e la morte.
Quando arrivammo, Mario venne subito preso dall’ambulanza.
Io rimasi completamente sola all’aeroporto di Pisa, senza alcun supporto da parte dello Stato Greco.
Era sera. Riuscii a prendere un treno solo alle 3:30 del mattino per Torino. In quelle ore terribili fui aiutata da alcune persone della comunità greca, che mi ospitarono e poi mi accompagnarono alla stazione e le ringrazio di cuore.
Durante tutto quel viaggio non sapevo nulla di mio figlio.
Non sapevo se fosse arrivato vivo.
La mattina seguente arrivai a Torino. I medici mi portarono in rianimazione, Mario era stato stabilizzato, ma era al limite della vita. Avevamo solo 10 giorni per trovare un organo.
Al Molinette, il professor Romagnoli e la sua équipe fecero l’impossibile.
Dopo tre giorni, venne trovato un fegato compatibile e il 19 novembre Mario fu trapiantato.
Il post-trapianto fu durissimo.
Rimase un mese in terapia intensiva, con molte complicazioni. Ma le équipe riuscirono a fare ciò che per me resta un miracolo.
Si presero cura non solo di mio figlio, ma anche di me.
Ero sola, eppure non mi hanno mai lasciata sola.
Grazie all’associazione italiana per la sindrome di Alagille, trovammo una casa. Entrammo in un alloggio che ancora oggi è il nostro rifugio a Casa Amica Torino .Non esistono parole a descrivere l’umanità, il rispetto, il calore che abbiamo ricevuto. Ci siamo sentiti protetti, aiutati ,al sicuro, a casa.
Siamo ancora qui a Casa Amica Torino.
Siamo ancora in Italia. Il percorso non è del tutto concluso, ma abbiamo ricevuto una nuova vita.
Ho sempre amato l’Italia,
Ora la amerò per sempre, perché ha dato a mio figlio una seconda possibilità di vivere.
Le difficoltà più grandi sono alle spalle.
Siamo fuori dall’ospedale.
E siamo sulla strada giusta.
Ogni passo, ogni traguardo, ogni sogno che mio figlio realizzerà sarà dedicato al suo donatore, alla persona che ci ha fatto questo immenso dono di vita.Per noi sara sempre il nostro angelo custode.
Per tutta la vita ringrazieremo la sua famiglia e saranno nelle nostre preghiere nei nostri pensieri e nei nostri cuori.




